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Se in provincia di Varese i terreni dedicati all'agricoltura si sono dimezzati dal 1982 ad oggi, passando da 32.500 ettari a 14.000 ettari, certamente lo possiamo imputare ad un'eccessiva cementificazione del nostro territorio, che ha portato oggi ad avere migliaia di case sfitte e invendute o all'asta giudiziaria, oltre che centri commerciali di ogni sorta e dimensione, sempre più grandi e sempre più numerosi, a volte costruiti con il solo scopo di riciclare denaro [1].
Un altro grosso motivo che favorisce gli agricoltori ed allevatori a lasciare i loro campi e pascoli è la burocratizzazione eccessiva. Spiega Pasquale Gervasini, presidente di Confagricoltura, "un imprenditore agricolo spende oltre 100 giornate all’anno in pratiche burocratiche". Aggiunge anche: "oggi l’agricoltura deve avere una visione industriale: bisogna creare centri di acquisto, fare accordi con la grande distribuzione organizzata (GDO), accorciare la filiera, perché noi siamo una realtà economica", costringendo i pochi agricoltori ed allevatori rimasti o neo-convertiti al biologico e biodinamico, a creare ambienti di produzione intensiva, ovvero allevando animali in batterie e sfruttando il terreno con agricoltura monotematica che, si sa dal medioevo, impoverisce la terra rendendola inutilizzabile dopo pochi decenni.
Considerando poi che è la GDO a fare il prezzo, a volte al di sotto delle spese che i produttori devono affrontare (fortuna che c'erano gli stanziamenti europei), si capisce di conseguenza che pur accorciando la filiera, politica spesso già attuata dalla stessa GDO, non sarà certamente il produttore a guadagnarci. Sono proprio queste situazioni sfavorevoli che costringono molti produttori a rivolgersi alle banche per un prestito, le quali chiedono sempre più interessi e garanzie, costringendo a produzioni intense e forzose spesso a discapito della qualità dei prodotti.
Per questi motivi, principalmente, moltissimi produttori si sono uniti in cooperative che vendono direttamente ai consumatori, i quali a loro volta si organizzano in gruppi d'acquisto (GAS) disposti a pagare un prezzo "equo" purché i prodotti siano biologici e di qualità. Una piccola boccata d'ossigeno per i produttori, molti anche del Varesotto, che vendendo direttamente al consumatore al prezzo della GDO, possono diminuire le quantità prodotte favorendo la qualità del prodotto stesso.
A questo sistema virtuoso ma frammentato e locale mancherebbe solamente un sistema di distribuzione altrettanto virtuoso e più in larga scala, corredato da centri di deposito o addirittura di trasformazione di tali prodotti. Inoltre si potrebbe adottare un sistema di pagamento virtuale parziale o totale, tra gli associati ed i produttori, estensibile al pagamento dei fornitori di concimi biologici e di altri produttori associati, come ad esempio la valuta locale.
[1]: fonte "Il granaio d’Italia" di Walter Molino, cit. ARGO Catania
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